La città industriale - Vecchia sede Bormioli

Scheda principale

Il 25 settembre del 1854 il notaio Giovanni Rondani stilò il rogito di cessione dello “stabilimento posto in questa città sulla via Farnese, ivi contrassegnato col civico n. 21 ad uso di fabbrica di Stoviglie, Vetri e Cristalli e propriamente il fabbricato che lo compone, che parte dalla volta cosi detta di San Bernardo a capo del ponte verde, e che si protrae ed estende lungo il Torrente Parma, e la detta via Farnese, sino all’incontro del cosi detto Voltone, quasi dirimpetto alla chiesa delle Teresiane”.
Questo documento sanciva la vendita, da parte della famiglia Serventi (che nel 1811 aveva acquistato gli edifici dallo Stato francese) della ex Real Fabbrica di Majolica e dei Vetri a tre fratelli: Carlo, Domenico e Rocco Bormioli, che in questa transazione rinunciarono alla proprietà di un podere presso borgo San Donnino (oggi Fidenza), si impegnarono a versare a titolo di conguaglio 25.665 lire e si assunsero inoltre 20.665 lire di debiti accumulati dai Serventi.
Con l’acquisizione della ex Real Fabbrica la dinastia Bormioli, originaria di Altare (Savona) e da secoli impegnata nell’arte vetraria sbarcava a Parma, conclusione di un percorso che aveva visto la “tappa intermedia” dell’apertura di una vetreria a Borgo San Donnino, attiva fino al 1909.
Lo stabilimento di strada Farnese con il passaggio di proprietà assunse la nuova ragione sociale di “Vetreria Fratelli Bormioli”, indicativa della prospettiva che la nuova dirigenza aveva, che si indirizzava verso la produzione vetraria a scapito di quella legata alla ceramica.
La direzione della fabbrica era, al netto delle formalità, nelle mani di Rocco Bormioli, che esercitava una forte influenza sul fratello Carlo, mentre Domenico fin dal 1864 si dedicò esclusivamente alla gestione della fabbrica fidentina.
Sotto la nuova gestione la vetreria posta in Oltretorrente incrementò nel corso degli anni la produzione ed il numero di lavoratori: nel 1861 gli operai erano una cinquantina (di cui solo 13 occupati alla lavorazione delle ceramiche), nel 1874 crescevano a 77 e allo svoltare del secolo raggiungevano il centinaio.
All’interno dello stabilimento il lavoro era organizzato secondo la procedura artigianale, basata essenzialmente sull’azione manuale degli operai, che avevano il controllo del processo produttivo dalle materie prime al prodotto finito (va ricordato che in questo settore, come in molti altri, lo sfruttamento del lavoro minorile, soprattutto per mansioni sottoqualificate, fu una componente di rilievo).
Nel corso del cinquantennio di attività in Oltretorrente la vetreria, oltre a conoscere le prime timide innovazioni tecnologiche (come l’utilizzo di stampi in ghisa per la fabbricazione di bottiglie e bicchieri) aumentò costantemente la produzione vetraria, riducendo al contempo quella di ceramiche e affini.
Mentre l’attività nel quartiere storico di Parma procedeva in maniera significativa (nel 1874 si posizionava tra le prime dieci vetrerie italiane del tempo) Rocco Bormioli progettava un ulteriore espansione dell’azienda, ed in particolare l’edificazione di un nuovo stabilimento, più spazioso e meglio collocato nel tessuto urbano.
Nel 1903, quando i forni della vetreria dell’Oltretorrente furono spenti definitivamente la nuova fabbrica di Cortile San Martino era già operativa: sarà lì, nell’odierno San Leonardo, che proseguirà l’esperienza di una delle industrie più importanti della nostra città.
Lo stabilimento di strada Farnese negli anni seguenti fu ristrutturato e convertito ad uso residenziale: gli edifici in stile liberty ancora oggi presenti furono progettati dall’architetto Alfredo Provinciali e realizzati nel 1905.

Prima dei Bormioli: la Real Fabbrica della Majolica e dei Vetri in Parma

In seguito al trattato di Aquisgrana del 1748 (con il quale terminò la guerra di successione austriaca) i ducati parmensi passarono dal dominio austriaco a quello borbonico; a Don Filippo, fratello del re di Spagna Ferdinando VI fu affidata la gestione dei nuovi territori.
La situazione economica e sociale dei ducati di Parma, Piacenza e Guastalla era al tempo drammatica: i conflitti, le razzie e l’instabilità del ventennio precedente avevavo segnato profondamente i territori e le loro comunità, costringedole alla povertà e alla paura.
L’amministrazione borbonica, per opera in particolare del ministro Leon Guillaume Du Tillot promosse l’ammodernamento del ducato, stimolandone la ripresa economica, culturale ed urbana: mentre uomini di cultura e d’arte come Giovan Battista Bodoni, Alexandre Petitot, Paolo Maria Paciaudi e Jean-Baptiste Boudard rispondevano agli inviti di Du Tillot, la città si espandeva ed evolveva, conoscendo una fase di rinascita dopo la stagnazione appena conclusa.
Da un punto di vista economico il ministro borbonico promosse la razionalizzazione dell’agricoltura, limitò le procedure burocratiche concernenti i commerci e sostenne la creazione di manifatture e laboratori, destinando loro sovvenzioni e privilegi.
Questa politica volta a favorire lo sviluppo produttivo del Ducato portò, nel 1759, all’istituzione della Real Fabbrica della Majolica e di Vetri in Parma, posta all’interno degli edifici (appartenenti alla Casa Reale) che collegavano il ponte della Rocchetta (poi ponte Verde, oggi ponte Giuseppe Verdi) con borgo Santa Teresa (oggi borgo Rodolfo Tanzi).
La neonata attività venne protetta da Du Tillot attraverso la concessione del diritto di privativa, ovvero il monopolio della produzione e della vendita della ceramica e del vetro nei territori borbonici parmensi: l’editto del 11 luglio dello stesso anno dichiarava “espressamente vietato da Paesi esteri l’introduzione di tal generi di Majolica tanto Bianca, come dipinta, o miniata in alcuna parte di questi Regi Stati: sotto pena della loro perdita, e di uno scudo d’argento per ogni capo di tali generi di Majolica forestiera”.
La gestione della fabbrica, inizialmente affidata a Pierre Cardin, l’anno seguente passò a Nicola Piacentini, imprenditore parmigiano già attivo nel settore della ceramica, che guidò le attività (insieme al figlio Vincenzo) fino al 1789, quando gli subentrò la famiglia Piazza.
Agli albori del XIX secolo lo stabilimento di strada Farnese (sotto il quale passava uno dei canali cittadini) tornò nelle mani della famiglia Piacentini, che impresse un forte sviluppo alla produzione (nel 1811 dava lavoro a 32 operai mentre i fatturati delle ceramiche e dei vetri si attestavano rispettivamente a 15.000 e 18.000 annui).
La struttura, che era fino ad allora rimasta di proprietà dello Stato, nello stesso anno venne messa in vendita (probabilmente attraverso asta pubblica), ed acquistata (per 2.911 lire, più la cessione di alcuni crediti) dal banchiere Giuseppe Serventi, che mise a capo dell’azienda il figlio primogenito Antonio.
Questi spinse per razionalizzare e modernizzare la produzione, spianando la strada ad un’organizzazione del lavoro di tipo non più artigianale, ma improntata ai criteri ed alle prospettive del metodo industriale.
Nel settembre del 1854 infine i fratelli Domenico, Carlo e Rocco rilevarono la fabbrica, versando 25.665 lire ai Serventi,cedendo loro un podere a Borgo San Donnino (oggi Fidenza), ed assumendosi, a titolo di conguaglio, anche 20.665 lire di debiti in precedenza accumulati dalla famiglia di banchieri parmigiani.
Nel giro di pochi anni la Vetreria F.lli Bormioli assunse un ruolo importante nell’economia cittadina e regionale, diventando una delle fabbriche più importanti della zona e dando lavoro a decine di operai; l’unificazione del paese, se da una parte eliminò sovvenzioni e protezioni ducali, dall’altra aprì nuovi spazi d’azione ai Bormioli, che già progettavano nuovi passi in avanti per la loro già solida azienda.

Il lavoro nella vetreria: L'organizzazione del lavoro manuale​

Nello stabilimento di strada Farnese la produzione di vetri e ceramiche seguiva il modello e le procedure legate al modello manuale ed artigianale; l’assenza di macchinari poneva i lavoratori al centro del processo produttivo, dal momento che ne gestivano totalmente i vari passaggi.
La lavorazione del vetro seguiva un modulo organizzativo definito “piazza”, che coinvolgeva quattro tipi di lavoratori differenti e permetteva, attraverso una precisa definizione di compiti, un’ottimizzazione dei tempi e della qualità dei prodotti finiti.
I protagonisti che animavano la piazza erano, in ordine di posizione, il levavetro, il garzone, il maestro soffiatore ed il portantino; differenti per competenze, compiti e retribuzioni, questi operai erano al contempo tutti indispensabili in questo assetto produttivo.
Gli strumenti utilizzati erano pochi: il più importante era la canna da soffiatore, ovvero un tubo d’acciaio, lungo più di un metro e con un diametro di alcuni centimetri, forato in mezzo e dotato di un imboccatura conica.
La lavorazione iniziava con la miscela dei vari materiali vetrificabili (sabbia silicea, carbonato di soda e di potassio, magnesio, manganese o ossidi coloranti): il miscuglio di queste componenti, chiamato composizione, costituiva il materiale di partenza per la lavorazione vera e propria.
Questo, dopo essere stato fuso a temperature altissime (1600/1700 gradi) era pronto per essere lavorato e per diventare, passaggio dopo passaggio, il prodotto finito.
La produzione iniziava con il levavetro che, grazie alla canna da soffiatore, estraeva dal crogiolo la quantità di vetro fuso necessaria; il garzone, soffiando nella canna stessa, immetteva nella massa una bolla d’aria, necessaria a creare il vuoto e definire lo spessore delle pareti.
Al termine di questa operazione la canna e la massa viscosa passavano al maestro soffiatore, a cui spettava il compito di finire l’oggetto, definendone la forma definitiva attraverso la rotazione della canna e utilizzando alcuni semplici strumenti, come tenaglie, forbici e palette.
Terminato questo passaggio, il pezzo veniva prelevato dal portantino che lo spostava al forno di ricottura, dal quale l’oggetto usciva con i suoi connotati definitivi.