La città industriale - Lo zuccherificio Eridania

Scheda principale

Fin dai primi anni dopo l’unità d’Italia in Emilia Romagna erano stati fatti alcuni tentativi di introdurre la coltivazione della barbabietola, materia prima per la produzione di zucchero; queste iniziative, sebbene favorite dal tessuto produttivo territoriale (prevalentemente agricolo) fallirono, soprattutto a causa della mancanza di tariffe doganali che limitassero l’impatto delle importazioni dall’estero.
L’introduzione di una tassa a tutela dell’imprenditoria saccarifera locale diede un impulso a questo settore: seguendo l’esempio del primo stabilimento nazionale (inaugurato il 23 marzo 1873 a Rieti) numerose iniziative simili vennero tentate, con esiti differenti, in tutta l’Emilia Romagna, ed in particolare nei territori oggetto di bonifiche.
Di queste operazioni furono protagoniste soprattutto alcune aziende genovesi (la città ligure era al tempo uno dei poli del triangolo industriale italiano) come la “Ligure Lombarda Società Anonima per la Raffineria degli Zuccheri”, la “Compagnia Nazionale per la Raffinazione degli Zuccheri” (entrambe fondate nel 1872) e l’ “Eridania Fabbrica di Zucchero” (costituita il 27 febbraio 1899).
Nell’aprile del 1898, dopo i risultati positivi realizzati da alcune coltivazioni sperimentali di barbabietola effettuate da Antonio Bizzozero, la Società Ligure Lombarda decise di investire nella costruzione di uno stabilimento a Parma, allargando così la lista dei suoi siti produttivi nel settentrione d’Italia (al tempo erano già operativi zuccherifici a Bologna, Legnano e Montepulciano).
Prima di procedere all’edificazione della fabbrica la società genovese concluse alcuni importanti accordi con istituzioni, aziende ed associazioni locali: con la Società delle Tranvie trovò un accordo per la consegna della materia prima (le radici) in un punto qualsiasi della ferrovia, mentre dagli agricoltori, anche grazie al contributo offerto da Antonio Bizzozero, si assicurò che per un decennio mille ettari di terreno fossero destinati alla barbabietola.
Conseguite queste facilitazioni logistiche (fondamentali per lo sviluppo di una fabbrica moderna ed efficiente) la Società Ligure Lombarda si dedicò alla scelta della località dove edificare lo stabilimento; dopo aver scartato l’area del Cornocchio la società genovese optò per la zona fuori barriera Vittorio Emanuele, ed in particolare un terreno denominato “la tagliata” (ricavato dalla demolizione del farnesiano bastione di San Girolamo).
Le operazioni di costruzione della fabbrica, progettata secondo il modello dei coevi zuccherifici tedeschi, iniziarono il 12 novembre 1898; poco più di nove mesi dopo, il 21 agosto 1899, iniziava la produzione.
Nello stabilimento di via Veneto ( di cui l’edificio principale, edificato in mattoni e coperto da capriate di acciaio, era lungo 80 metri ed articolato su tre piani) aveva luogo una lavorazione parziale della barbabietola, dalla radice ai cristalli di zucchero, mentre la raffinazione avveniva nella fabbrica di Sanpierdarena, a Genova.
Al nucleo originario nel corso degli anni, per soddisfare le moderne esigenze produttive e le richieste del mercato nazionale si aggiunsero altri edifici, andando via via a comporre un complesso industriale articolato ed evoluto, composto da un grande sito produttivo, magazzini di deposito, silos per il trasporto idraulico delle barbabietole, uffici, abitazioni per i dipendenti ed anche un proprio collegamento alla linea ferroviaria.
Lo zuccherificio, oggetto della fusione tra la Società Ligure Lombarda e l’Eridania nel 1930, fino all sua definitiva chiusura (avvenuta nel 1968) diede lavoro a circa quattrocento persone; l’ampia area che occupava rimase inutilizzata fino al 1980, quando venne acquisita, insieme ad altri terreni del comparto nordorientale della città, dal Comune di Parma.
Inizialmente adibita a parco pubblico attrezzato, nel 1999 l’area dell’ex-Eridania è stata oggetto di un’operazione di riqualificazione urbana, nell’ambito della quale l’edificio produttivo principale è divenuto, dal 2002, una sala concerti.

Lo sguardo di Guareschi sullo zuccherificio

Il 29 luglio del 1931, a più di trent’anni dalla costruzione della fabbrica di zucchero e della sua messa in attività, un giovane Giovannino Guareschi visitò lo stabilimento e ne descrisse l’atmosfera ed i protagonisti in un lungo articolo pubblicato sul quotidiano locale.
Il pezzo, intitolato “Lo zuccherificio”, offrì ai lettori un’istantanea delle dinamiche della fabbrica di zucchero in un fase cruciale per le sue attività, quella dell’inizio dei lavori dopo i lunghi mesi di inattività: la produzione di zucchero, come del resto quella di altri prodotti della filiera agroalimentare, data la sua natura stagionale, riguardava solo qualche mensilità, mentre nelle restanti solo pochi operai rimanevano al lavoro, dedicandosi essenzialmente alla manutenzione.
“Per dieci mesi all’anno la fabbrica dorme: la sirena tace, nei grandi piazzali c’è solo qualche vecchietto col badile che “fa l’erba” o stende la ghiaia; le rotaie dei raccordi han velata la lucente brunitura di una patina rugginosa. A quando a quando rompono il silenzio i colpi di mazza sui bulloni delle vuote caldaie: dentro, in fabbrica: le macchine dai grandi volanti, ludice e immote, hanno l’idea di impossibili ordegni di un secolo morto: nell’immobilità rigida e fredda l’ordine e l’assente lucentezza danno il senso tedioso dell’abbandono. Per dieci mesi all’anno la fabbrica dorme, ma ad un tratto, come ad un ordine imperioso, essa è già tutta viva: Agosto da fuoco alle caldaie; da fiato alla sirena, schioda i volani e le bielle, spalanca le porte”.
Di nuovo in attività, la fabbrica diventava, oltre che luogo di produzione, anche punto di incontro tra due mondi divisi e ancora distanti, quello urbano e quello rurale: quando le bietole diventavano mature ed erano pronte per essere lavorate, dalla campagna (“strapaese”) si avvicinavano alla città (“stracittà”), collegando questi due mondi così diversi.
Si è scritto “si avvicinano”: lo stabilimento infatti era stato (volutamente e necessariamente) posto fuori dalla realtà urbana, in un terreno ricavato dalla demolizione di uno dei bastioni cittadini: non a caso il sovratitolo dell’articolo in questione era “itinerari suburbani”.
Nel suo testo Guareschi raccontava, oltre alle procedure di lavorazione che in quei locali avevano luogo, anche la componente umana che concretamente le realizzava: lavoratori stagionali, provenienti soprattutto dalla campagna ma anche dalla città, tutti accomunati dalla necessità di prendere parte a questa produzione stagionale.
Il rapporto tra questi uomini e le macchine diventava simbiotico: l’operaio “fuori dalla fabbrica, o soltanto fuori dalla porta, quando esce o attende d’entrare conserva la sua personalità, la sua individualità; dentro accanto alle macchine si fonde con esse, ne diventa una parte, la parte intelligente, l’occhio vigile ai manometri, la mano pronta alle leve”.
Luogo di produzione, di relazione sociale, di simbiosi tra uomo e macchina, di collegamento tra ambiti differenti; un tassello del grande mosaico nel quale, nel corso del secolo scorso, le fabbriche del territorio furono le protagoniste dello sviluppo produttivo ma anche di quello identitario, dando lavoro e senso di comunità a tutti coloro che vi parteciparono.


L’articolo integrale è disponibile qui:

MLOL-IIIF Mirador3 (medialibrary.it)

La chiusura dello stabilimento e la stagione del protagonismo operaio

Lo zuccherificio Eridania fin dalla sua messa in produzione, avvenuta nel 1899, rappresentò un punto importante dell’economia locale, assommando, all’impiego di manodopera (durante la stagione saccarifera olre 400 operai venivano impiegati), l’importante contributo derivato dallo stretto collegamento col mondo agricolo, che forniva la materia prima.
Il settore saccarifero italiano durante gli anni Sessanta conobbe un momento di profonda crisi: l’entrata in vigore della nuova regolamentazione del settore, decisa in ambito europeo, portò alla stesura dei cosiddetti “piani di ristrutturazione industriale”, con i quali si intendeva ridurre la produzione complessiva e l’occupazione di manodopera.
Il piano che Eridania propose prevedeva forti licenziamenti e la chiusura totale di alcuni stabilimenti, tra cui quello di via Veneto; il rischio di rimanere senza lavoro portò i dipendenti ad aprire una vertenza con la proprietà, nella quale si allearono con operai dell’Eridania di altri stabilimenti, anch’essi nel mirino del piano di ristrutturazione.
L’8 novembre i lavoratori dello zuccherificio di Parma occuparono lo stabilimento, permettendo tuttavia che il prelievo dei prodotti lavorati continuasse; questa forma di lotta ecclatante ed al contempo in gran parte simbolica richiamò l’attenzione pubblica sulla vertenza, dandole molta visibilità.
Erano del resto anni nei quali la conflittualità sociale si esprimeva in molte occasioni e contesti differenti: erano gli anni della “grande rivolta”, fatta di vertenze sindacali, lotte universitarie, campagne antipsichiatriche, collettivi artistici impegnati…
A testimonianza dell’impatto dello zuccherifico nell’economia cittadina (ed anche della forza che gli operai erano in grado di mettere in campo) il sindaco Baldassi il 19 novembre requisì formalmente la fabbrica, richiamando l’attenzione del governo sulla questione.
Gli operai, finita l’occupazione, trasferirono la loro protesta sotto le sedi del potere cittadino, allestendo una tendata in piazza Garibaldi: il presidio permanente divenne un punto, oltre che di visibilità pubblica, anche di incontro tra lavoratori e di solidarietà diretta.
Nonostante l’importante mobilitazione (negli stessi mesi si verificò anche la lotta degli operai della Salvarani, altra grande azienda locale) lo zuccherificio terminò le attività nello stesso anno, spegnendo in maniera definitiva i motori dopo settant’anni di attività.