La città industriale - La Borsari

Scheda principale - Il profumificio Borsari (1934-1970)

Lodovico Borsari nacque l’8 settembre 1858 in borgo Parente; giovanissimo iniziò a lavorare come garzone di Dario Saccò, che aveva una bottega di barbiere in via Cavour.
Oltre al taglio dei capelli Borsari e Saccò preparavano lozioni, lavande e profumi che applicavano a fine servizio ai loro clienti, e che vendevano, a richiesta, anche da asporto.
Constatando il grande successo che questi prodotti avevano sulla clientela Borsari decise di dedicarsi a questa attività, testando nuove composizioni ma soprattutto dedicandosi alla produzione della celebre essenza di violetta, che creò nel 1880 ( da più parti si sostiene che furono i frati del monastero dell’Annunciata, che al tempo ne detenevano il segreto, a comunicargli l’esatta composizione dell’essenza).
Nel 1897 Borsari e Saccò decisero di abbandonare la barberia e dedicarsi alla produzione di profumi; la loro fabbrica, posta nel piazzale della stazione, rimase aperta per un decennio, quando il fortunato sodalizio tra i due terminò.
Nel 1907 infatti Lodovico Borsari fondò la società Lodovico Borsari & C., provvedendo al contempo a spostare la fabbrica oltre il perimetro urbano (in località Mulini Bassi, oggi la zona tra via Verona e via Bologna), dove l’abbondanza di spazio permetteva la costruzione di stabilimenti ampi, dove poter sistemare i moderni ed ingombranti macchinari industriali.
Nella nuova sede la produzione aumentò in maniera significativa, rappresentando la base per la successiva evoluzione della Borsari, che, puntando molto sulle esportazioni, portò la “violetta di Parma” ed i suoi altri prodotti in tutto il mondo.
Le variegate essenze che uscivano dai laboratori venivano imbottigliate in raffinati boccetti, alcuni dei quali prodotti nella poco distante vetreria Bormioli Rocco; come per molti altri casi, si verificò una vera e propria sinergia tra aziende collocate nel cuore produttivo di Parma, il giovane quartiere di San Leonardo.
Oltre che ai contenitori, la ricerca di un apparenza esteticamente gradevole fu sistematica per la Borsari, e coinvolse anche l’aspetto pubblicitario: nel corso degli anni le pubblicità della ditta (realizzate spesso da artisti di fama mondiale, come Ernesto Carboni) contribuirono a creare uno stile Borsari, elegante e raffinato come le essenze che venivano messe in commercio.
Il successo raggiunto in quegli anni permise alla Borsari di espandersi ulteriormente: nel 1934 al civico 30 di via Trento venne inaugurata la nuova fabbrica, che rimase attiva fino al 1970.
Questa era composta da quattro edifici: il primo (ancora esistente) era affacciato su via Trento, ed adibito ad uffici, mentre tre capannoni, destinati alla produzione, erano innestati in maniera perpendicolare alla palazzina principale e si sviluppavano sul retro, distanti dallo sguardo dei passanti.
In questo “gioiello di architettura razionalista” (che occupava oltre tremila metri quadrati, e di cui anche gli interni erano curati ed esteticamente gradevoli) furono impiegate centinaia di lavoratrici rappresentando una storia importante di lavoro esclusivamente al femminile.
Una storia di luci ed ombre, fatta, oltre che di lusso e bellezza, anche di fatica, passione, conflitti e spirito di solidarietà tra le operaie ed il quartiere: davvero significativo in quest’ottica fu l’occupazione del 1949, che vide un fortissimo sostegno della popolazione di San Leonardo (appoggio che in quegli anni raramente mancò nelle varie vertenze che si verificarono nel quartiere industriale della città).
L’attività dello stabilimento di via Trento terminò nel 1970; tuttavia la “Violetta di Parma”, che diede il via e spianò la strada al successo della Borsari (e la cui composizione nel frattanto era stata resa pubblica), continua, con alterne fortune, ad essere prodotta da altre aziende, a Parma come nel resto del mondo.

Lo “stile Borsari”

Lodovico Borsari, detentore del segreto della “Violetta di Parma”, dedicò sempre molta attenzione all’aspetto estetico e comunicativo, modificando ed aggiornando, decennio dopo decennio, le forme e gli stili dei boccetti, delle etichette, dei manifesti e di tutti gli altri oggetti che contribuivano a diffondere l’immagine dell’azienda.
Le prime fascette realizzate per i flaconi della Violetta di Parma (al tempo prodotta, in maniera artigianale, nella barberia di via Cavour di Dario Saccò) graficamente richiamavano gli anni di Maria Luigia, vera “madrina” di questo profumo, ed erano realizzati con un conseguente stile protoromantico.
A cavallo del secolo, con l’affermarsi di nuove correnti artistiche i boccetti ed i prodotti grafici assunsero forme nuove, più raffinate ed eccentriche e fortemente legate allo stile liberty, il prediletto dalle classi dominanti del tempo.
Durante i tardi anni 20, forte dei successi commerciali e dell’avvenuta apertura di nuovi mercati la Borsari rimase al passo coi tempi, aderendo progressivamente ai modelli dell’art decò ed orientandosi al contempo verso una platea più ampia, rappresentata dalla media e piccola borghesia.
Le forme dei boccetti si fecero più sinuose ed esclusive; la grafica pubblicitaria, grazie al talento di professionisti come Nino Nanni e Ernesto Carboni produsse materiali di altissima qualità, segnando l’epoca d’oro dello Stile Borsari (in questa fase si inserisce anche la progettazione e l’edificazione del nuovo stabilimento di via Trento, “gioiello di architettura razionalista”).
Durante gli anni 40 e nel dopoguerra le reclame della Borsari, col diffondersi di uno stile cinematografico (legato a doppio filo alla comunicazione di massa) persero molto della ricercatezza che le aveva contraddistinte in precedenza, appiattendosi su modelli e formule dagli esiti assai meno significativi.
La variegata produzione della Borsari ha indubbiamente rappresentato un esempio di rilievo nel panorama della profumeria nazionale e continentale; la sua evoluzione estetica (conseguenza del modificarsi, decennio dopo decennio, del sistema produttivo e commerciale) offre uno squarcio di grande interesse sui gusti artistici che si sono susseguiti ed avvicendati.
Nel 1990, all’interno della palazzina di via Trento, venne inaugurato il “Primo museo italiano della Profumeria”; negli spazi della palazzina di rappresentanza per alcuni anni furono esposti flaconi, manifesti ed altri oggetti che, nel corso di quasi un secolo di attività, l’azienda aveva prodotto: un omaggio allo stile e alla raffinatezza della Borsari, ed anche un riconoscimento al suo ruolo nell’economia cittadina e nazionale.

Palazzo Borsari

Nei primi anni ’30 Lodovico Borsari decise di abbandonare lo stabilimento posto ai Mulini Bassi e spostare la produzione in una nuova fabbrica, fatta costruire per l’occasione nella posizione strategica di via Trento, tra la vetreria Bormioli (che la riforniva dei contenitori) e la stazione (da cui partivano i prodotti finiti ed arrivavano le materie prime).
Il progetto nel luglio del 1933 fu affidato al geometra Umberto Piccoli, amico personale di Borsari; dopo meno di 18 mesi, sul finire dell’anno successivo, il complesso era terminato e pronto ad essere messo in attività.
Il nuovo stabilimento a livello strutturale era composto da quattro corpi: lungo via Trento si ergeva la palazzina degli uffici, mentre sul retro trovavano spazio tre capannoni, separati tra loro ma collegati con l’edificio di rappresentanza.
Secondo gli autori della Guida Commerciale di Parma e provincia del 1938 il complesso era un “gioiello di architettura razionale”, e la sua organizzazione permetteva, oltre all’ottimizzazione della logistica legata alla produzione, anche una continua supervisione delle attività: dalla direzione era infatti possibile “con un solo sguardo d’insieme (…) controllare i trecento e più operai” al lavoro nei laboratori.
Questi furono abbattuti dopo la chiusura del profumificio, mentre la palazzina ha mantenuto il suo aspetto esteriore, continuando a segnalare i suoi caratteri davvero particolari ai passanti di via Trento.
Piccoli infatti produsse un edificio in stile razionalista, ricercato ed elegante: nonostante una struttura piuttosto insolita (di soli due piani, e sviluppata soprattutto in orizzontale) il giovane geometra creò, attraverso decorazioni e accorgimenti tecnici, una facciata elegante e sobria, nella quale l’elemento monumentale era limitato all’ingresso, e le sezioni laterali, pur ripetendo i medesimi elementi, mostravano una simmetria per nulla perfetta, eppure esteticamente gradevole e formalmente ineccepibile.
La palazzina inoltre fu distanziata dalla strada per mezzo di una striscia di terreno destinata ad ospitare aiuole decorative, rendendo il corpo dell’edificio prospetticamente più maestoso, e sopperendo così alla limitata altezza dello stesso.
Per quanto riguarda le decorazioni interne, venne ingaggiato il pittore Venturini: questi a livello cromatico decise di utilizzare il rosso pompeiano per l’ingresso monumentale, il verde acqua per le restanti parti mentre gli avvolgibili delle finestre furono colorati di nocciola.
Negli interni della palazzina dominava invece il colore viola: chiaro per le pareti e curo per i pilastri in cemento, mentre i più sobri capannoni erano dipinti di azzurrino.
L’edificio di rappresentanza fu inoltre decorato, in uno stile decisamente “grafico” ed essenziale, con colori a tempera in bicromia, negli anni seguenti (i lavori terminarono nel 1937); probabimente opera del pittore Venturini, queste decorazioni (dove compaiono donne, fiori, alberi e nuvole) replicavano, nei loro caratteri fondamentali, lo stile Borsari che già si era espresso nella pubblicistica prodotta dall’azienda in quegli anni.
Lo stabilimento di via Trento fu dunque un luogo di produzione, ma anche di rappresentazione dell’azienda: un gioiello architettonico, che al pari dei raffinati boccetti e dei manifesti pubblicitari rendeva lo stile di una ditta che, del lusso e dell’eleganza, aveva fatto il suo marchio.