La città industriale - La Bormioli

Scheda principale - La Vetreria Bormioli Rocco & Figli

Dopo aver prodotto ceramiche e vetri per quasi mezzo secolo in Oltretorrente nel 1903 l’attività dell’azienda fu trasferita interamente nel nuovo stabilimento posto fuori città, in quello che al tempo era il Comune di Cortile San Martino (oggi quartiere San Leonardo).
La decisione di lasciare i vecchi edifici di strada Farnese fu dettata dalla necessità di far evolvere la produzione, abbandonando progressivamente la produzione manuale ed imboccando la strada della meccanizzazione, per la quale risultavano essenziali alcuni elementi, tra cui l’ampiezza dei locali ed il collegamento alle moderne infrastrutture legate alla mobilità, in particolare la ferrovia.
Nella nuova spaziosa vetreria (la superficie occupata superava gli 8000 metri quadrati) nel corso del secolo scorso la lavorazione vetraria cambiò faccia, passando da manuale ad automatizzata: già sul finire degli anni 20 venne testata la prima macchina semiautomatica, mentre nel decennio successivo comparve la prima automatica.
Questa evoluzione tecnologica, unita ai benefici logistici legati alla vicinanza con al strada ferrata (il vettore più veloce per trasportare materie prime e prodotti finiti) permise all’azienda di aumentare la produttività, la qualità dei prodotti finiti e la sua importanza sul mercato nazionale e mondiale: in definitiva spianò la strada per il rapido sviluppo della vetreria e del quartiere che attorno a lei anno dopo anno prese forma.
Infatti attorno alla fabbrica furono edificate prima le case per gli operai che lì lavoravano; all’ombra delle ciminiere iniziò il processo di formazione di una nuova zona della città, che progressivamente assunse il carattere di rione industriale: stabilimenti, laboratori, magazzini e le abitazioni dei lavoratori sostituirono campi e canali, mentre i collegamenti con la città resero questa zona sempre più inglobata nel tessuto cittadino.
L’esempio della vetreria fu seguito da numerose altre aziende locali, che decisero di spostare fuori dai quartieri storici della città i loro stabilimenti: la medesima necessità di trovare il contesto idoneo a meccanizzare la produzione rese San Leonardo la destinazione prediletta di molte ditte che, sebbene di natura differente, nella zona settentrionale della città trovarono le condizioni ideali per svilupparsi pienamente.
Nel corso del lungo secolo di attività la Bormioli Rocco & Figlio di via Genova fu il luogo di lavoro per migliaia di uomini e donne, rappresentando anche il punto di approdo per molti “stranieri” che in cerca di un’occupazione sbarcavano a Parma: inizialmente provenienti dalle campagne limitofe, poi dall’Appennino, infine da altre parti d’Italia e da altri continenti la vetreria attrasse lavoratori e relative famiglie, contribuendo alla creazione del carattere odierno di San Leonardo, quartiere laborioso, solidale e in gran parte composto da persone provenienti da altre realtà.
La storia della Bormioli, lunga e importante per tutta la città, fu infatti una storia di lavoro, sfruttamento, conflitto ma anche solidarietà e senso di appartenenza ad una comunità: negli oltre cento anni di attività le vertenze, gli scioperi (su tutti quello del 1949), le lotte di base e le iniziative aperte a tutti (come le feste di primavera al CRAL) segnarono profondamente non solo i lavoratori coinvolti, ma tutto San Leonardo, che nelle ciminiere della vetreria vedeva un simbolo della propria identità.
Le sirene della Bormioli, che per oltre un secolo scandirono la vita collettiva del quartiere, smisero di suonare il 5 maggio del 2004, quando l’azienda chiuse definitivamente i battenti, lasciando un vuoto importante nello spazio urbano, nella memoria di chi tante giornate vi aveva passato e nell’identità di un quartiere che, dopo la traumatica fase di deindustrializzazione, è alla ricerca di strade nuove per rinnovarsi ed evolversi.

Lo sciopero del 49

Durante il secondo conflitto mondiale la vetreria interruppe la produzione e, dopo l’8 settembre 1943 venne occupata dai tedeschi, che ne fecero un deposito temporaneo per i loro mezzi militari, fatti arrivare in città con la ferrovia (per questo motivo nel maggio del 1944 lo stabilimento fu colpito dai bombardamenti alleati).
Nell’estate seguente alla liberazione, mentre la fabbrica di via Genova rimaneva inoperosa a livello societario Luigi Bormioli si allontanò dall’azienda, mettendosi in proprio e rilevando l’ex fornace Andina, posta sempre nella parte settentrionale della periferia cittadina.
La ripartenza delle attività dopo il conflitto mondiale fu tutto sommato rapida: a metà settembre fu riattivato un forno, e sul finire dell’anno gli operai impiegati superavano le 600 unità (tutti reintegrati dopo l’interruzione forzata dettata dalla guerra; le prime assunzioni avvennero l’anno seguente).
Le condizioni generali dell’economia cittadina e nazionale erano al tempo drammatiche: la disoccupazione (soprattutto nei duri mesi invernali) toccava punte altissime, generando povertà e proteste (la prima manifestazione avvenne già nel luglio del 45, quando 1200 disoccupati marciarono spontaneamente per le vie del centro storico chiedendo un’occupazione ed il blocco dei prezzi per i generi alimentari fondamentali).
Negli anni seguenti la situazione non migliorò di molto: nell’inverno del 1946 più di 8000 persone nella sola città erano senza un lavoro, mostrando una criticità sociale di dimensioni colossali, amplificata anche dalla delusione derivata dal fatto che dopo la liberazione politica avvenuta nell’aprile del 1945 i miglioramenti economici sperati tardavano ad apparire.
Nella vetreria (che al tempo rappresentava una delle poche fabbriche moderne, in grado dunque di assumere numeri consistenti di lavoratori ed alleviare così la piaga della disoccupazione) la situazione era in verità contraddittoria: la tendenza alla meccanizzazione infatti prevedeva una progressiva diminuzione della forza lavoro, mentre l’esigenza generale era al contrario quella di aumentare il numero di occupati.
Nel giugno del 1948 la dirigenza annunciò l’intenzione di licenziare varie centinaia di operai (tra i 300 ed i 500); in risposta i lavoratori aprirono una vertenza con la direzione, chiedendo al contrario la tutela dei posti di lavoro (va ricordato che negli stessi mesi in città altre mobilitazioni operaie ebbero luogo, come quella delle Officine Meccaniche Barbieri e di alcuni calzaturifici).
I bormiolini fin dagli ultimi giorni di giugno, per dare forza alle proprie ragioni, scelsero di fare pressione sulla proprietà, interrompendo ripetutamente la produzione; il risultato fu un passo indietro della dirigenza, che fu costretta a limitare il suo repulisti al solo trasferimento temporaneo in cassaintegrazione di 93 dipendenti.
In seguito a questa prima parziale vittoria dei lavoratori la situazione tuttavia non si normalizzò, nella vetreria come nel resto della città; l’inverno vide esplodere il malcontento di diverse categorie, come i mugnai, gli agricoli ed i pastai, che si aggiungevano ai disoccupati.
Nella primavera, complice la riproposizione, da parte della dirigenza, di numerosi licenziamenti e l’assunzione dell’ex repubblichino Giovanni Corradi come direttore tecnico, la situazione era diventata incandescente nello stabilimento di San Leonardo: il 16 marzo gli operai dichiararono apertamente la decisione di “non collaborare” con i proprietari, realizzando, nei dieci giorni seguenti, scioperi bianchi in ognuno dei tre turni di lavoro.
In risposta a questa iniziativa la dirigenza il 23 marzo licenziò 120 vetrai, palesando in maniera inequivocabile come lo scontro tra le parti fosse ormai irrecuperabile: lo spazio di mediazione era esaurito, ed il tempo del dialogo era definitivamente terminato.
Nonostante la decisione unilaterale dell’azienda di procedere alla riduzione del personale (tra i licenziati molte erano le personalità politicamente più attive nello stabilimento) il giorno seguente gli espulsi si presentarono ai cancelli della fabbrica: la dichiarazione di guerra era stata accolta dai vetrai, che non intendevano fare un passo indietro.
All’ordine di chiusura della fabbrica (emesso dalla dirigenza il 25) gli operai decisero di occuparla ad oltranza, fino a che le loro ragioni non fossero state ascoltate: in tutta risposta la vetreria fu circondata dalla forza pubblica, isolandola fisicamente dal resto della città, nella quale nel frattanto altre vertenze radicali erano scoppiate.
L’occupazione della fabbrica durò 36 giorni, suscitando l’ammirazione e la solidarietà del quartiere e della città: mentre le famiglie dei bormiolini sostenevano la lotta portando cibo, giornali e sigarette le manifestazioni di sostegno non mancarono, dando forza alla prima occupazione di una fabbrica a Parma dopo la fine del regime fascista.
Il 30 aprile la dirigenza ed il sindacato trovarono un accordo per far terminare l’occupazione e riattivare i forni; i termini furono decisamente favorevoli per la direzione, a cui venne accordata la riduzione di un terzo della manodopera (da 950 a 677 unità), e la possibilità di colpire duramente i singoli e le organizzazioni che si era distinti nella vertenza.
Nonostante il risultato finale, la lotta degli operai della Bormioli del 1949 ebbe un significato profondo nella storia dell’azienda, del quartiere e della città: il protagonismo operaio di quei mesi lasciò un segno indelebile nella memoria di chi ne fu protagonista e di chi, anni dopo, ne raccolse il testimone, tenendo alte le ragioni dei lavoratori nei decenni che seguirono.

Lavoro, conflitto e socialità

Il lavoro nella vetreria era duro e faticoso; nonostante le notevoli innovazioni tecnologiche introdotte nel corso degli anni, la vita degli operai non era semplice, soggetti ogni giorno ad un lavoro fortemente usurante.
La durezza del lavoro indubbiamente nel corso dei decenni contribuì a far sviluppare una forte coscienza di appartenenza, di comunità, tra i bormiolini: in molte testimonianze raccolte si delinea un “senso di unità” tra operai molto radicato e forte.
Questa consapevolezza di classe, unita ad una combattività esemplare, portò la vetreria a diventare un terreno di costante contrapposizione e lotta sindacale e politica, nella quale si fronteggiavano proprietà e lavoratori.
Oltre alle vertenze strettamente economiche, il corpo operaio della Bormioli nel corso degli anni richiese (e in buona parte ottenne) avanzamenti concreti anche sul piano dei diritti dei lavoratori e della socialità: ad esempio la creazione del CRAL aziendale fu figlia di una richiesta dei lavoratori, e venne accettata dalla proprietà dopo una decisa vertenza interna.
Va sottolineato che il Circolo Ricreativo Aziendale dei Lavoratori ospitava non solo i dipendenti della Bormioli, i quali vi trascorrevano parte del loro tempo libero facendo sport, pescando o semplicemente facendo socialità di base; in numerose occasioni infatti il CRAL fu aperto al quartiere, alle associazioni di volontariato ed alle scuole.
Anche attraverso la funzione sociale del CRAL la Bormioli consolidava il suo legame col territorio e i suoi abitanti, continuando a svolgere quel filo rosso che riportava alla nascita del quartiere industriale cittadino e che era composto non solo dall’attività produttiva, ma anche da quelle sociali-relazionali che dentro e fuori la fabbrica si realizzavano.
Parte integrante e simbolica del quartiere, la vetreria ed i suoi uomini e donne rappresentavano qualcosa di più di una fabbrica e della sua manodopera: mostravano il legame tra il passato ed il presente di un quartiere e della sua comunità che, tra una sirena e l’altra, trascorreva le sue giornate, dentro e fuori dalla Bormioli o dagli altri stabilimenti.